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026. Un congegno curioso

December 7th, 2006 (06:43 pm)

Un congegno curioso…
Sì proprio un congegno curioso…-erano state le ultime parole di Emilia scambiate con Gaia per caso. Sì perché Gaia e la vecchia stramba Emilia ogni tanto si parlavano. Da una palazzina all’altra, tempo un respiro, scendere, spazzare le foglie morte sul marciapiedi con la punta delle scarpe, quando il portiere l’aveva dimenticato…
Un aggeggio quadrato, anzi no si dovrebbe dire cubico, vero? Insomma l’impiegato… di che cosa? Non me lo ricordo. È venuto l’altro giorno. L’ha sistemato accanto alla televisione, sì, vicino alla finestra. Eh no, non volevo farlo entrare, con tutta la gente strana che gira tutti i giorni, ma poi mi ha fatto vedere il tesserino, come si dice, il distintivo, sì una targhetta con la sua foto il suo nome e tutto. Beh io non ci vedo neppure tanto, lo sai no?, ma la foto era proprio la sua. Ecco, questo signore è entrato, si è portato dentro tutto il suo odore di sigaro, tanto che i piccoli- poveri piccoli- l’hanno guardato male. Che ne so che hanno pensato. Sai gli animali a volte sentono cose che noi non sappiamo sentire. Ma insomma, non ci ho fatto troppo caso. Faceva il suo lavoro…e allora mi sono detta che non aveva senso fargli perdere tempo. È entrato, sì, ha sistemato una scatoletta. Dice che serve per registrare i consumi, le preferenze televisive. Io gliel’ho detto sai che la televisione la guardo poco, che ai piccoli non piace molto, che preferiscono la radio, o anche i vecchi dischi. Ma lui non ne ha voluto sapere. Diceva che era necessario, che doveva proprio, che insomma tanto a me non cambiava niente. Nessun fastidio ha assicurato. Proprio nessuno. Ma sì, non sarà nessun fastidio. Solo che i poveri piccoli ogni tanto girellano attorno al congegno poco convinti.
Da voi non è passato l’impiegato?

Le ultime parole scambiate con Emilia. Il giorno dopo la vecchia era morta. Una sfilata di gatti sui tetti. In attesa di ciotole di latte mai più riempite.
E Gaia ci pensava. Ci pensava anche durante tutta l’inquietudine generata dal sinistro Marcheli.
Odorava di sigaro…il latore dell’oggetto quadrato odorava di sigaro.

Anche quando d’un tratto gli occhi si aprono sul bianco di una stanza d’ospedale… Attaccata ad una macchina. Gaia più piccola di sempre… Come non pensare alle ultime parole con Emilia…
Emilia
Emilia
Emilia
E i gatti
E un congegno curioso.

e da lei no, non era passato l'impiegato...

025. La memoria

November 20th, 2006 (01:28 am)

A volte lo sguardo si fissa su un segno scuro della parete.
E la mente va... cauta... se ne va... come quando al mattino presto si fa a gara per prendere un posto sulla metropolitana. Gomitate, spintoni: il tutto condito dall'alito che sa di caffè. E la mente se ne sta... calma... se ne va.
E il pensiero s'accumula come la sabbia che scende in una clessidra d'altri tempi.
Tempi immemori... di quanto si era amici. Di quanto ancora la parola e il gesto avevano un senso intimo e profondo. Gesto rispettoso. Ancor prima dell'essere dimenticati, lasciati, abbandonati senza neanche un valido perché.
Già, proprio l'assenza del perchè rende lo sguardo fisso su quel sgorbietto microscopico che annega nel bianco della parete.

Ti ricordi i sogni belli?
Ti ricordi gli antichi castelli?

Marco congelato tra i suoi sensi di colpa, nel freddo del suo cuore, dal cinismo della sua mente.
A contare i giorni che passano. Svegliarsi per subito riaddormentarsi. Addormentarsi appena svegliati. Scendere le scale e buttarsi nel caotico pulsare cardiaco dell'umanità: tra falsi sorrisi, tre strette di mano troppo frequenti, tra occhi di vetro... Quante rappresentazioni luccicanti a nostra disposizione.
Con la mano che trema e che allo stesso tempo si sente prodigiosa e fiera d'aver stretto il seno di Michelle...

024. Ritorno...

October 18th, 2006 (03:57 pm)

Decidere di non pensare e di non volere è tutt’uno per Gaia quando l’equivoco signore si introduce con una certa prepotenza nella sua vita.
Mentre Michelle decide di non dormire, che non può dormire, perché troppo pesanti e dure come piombo sono le gocce di incubo che le piovono tra i pensieri (pesadilla…incubus.. ecc ecc).

Come si aggrovigliano vicende.
Come si scontrano esistenze. Pezzi di scacchi giocati da chi?

L’autrice che aveva sospeso questo gioco-non gioco ritorna, decide di tornare. E decide anche che è meglio non pensare, pure se i pensieri a volte sono un esercito in protesta, tutta una ribellione che non si può domare.
Decide che Michelle e tutti gli altri una vita devono avercela di nuovo. Hanno taciuto per anni…per anni? Così tanto…
E ora torniamo pure a muovere i pezzi degli scacchi. Torniamo oltre ad essere mossi a fare un po’ gli dei sulla terra. Dei di Michelle e di Gaia e di Fausto e di tutti gli altri personaggi di carta e di sangue che un giorno pensammo, più vivi che potevamo io e l’altro autore.

Proviamo a fare un passo indietro. Paolo Marchesi con il suo equivoco sorriso è diventato amico di Andrea. E Gaia non capisce perché sta accadendo, se sta accadendo davvero. E mentre ci pensa le prude insistentemente la puntura di zanzara giusto alla base del collo e sempre più ampia si fa la zona di dolore e rossore.
Che ha a che fare quell’equivoco signore con sigaretta alle mani e pelle intrisa di fumo con il suo amato? Forse che Andrea non vede, non capisce con chi ha a che fare? Forse che Andrea non intuisce la natura terribile di chi biecamente gli sorride?

023. Passi veloci… passi lenti…

December 23rd, 2005 (04:45 pm)

Le piaceva essere osservata. Le piaceva quando i ragazzi la squadravano da cima a fondo. Le piaceva quella sensazione di desiderio, desiderio per il suo corpo. La timidezza vagava insolita nel suo sangue…
Il giorno prima del suo fidanzamento ufficiale accadde un fatto strano. Un bar. Un caffè. Un tavolino. Un uomo che si avvicina al tavolino. Lei seduta con la tazzina del caffè in mano e le gambe accavallate sotto il tavolino; e una voce gentile “Posso sedermi?”. Lei lo guardò negli occhi… occhi chiari… e la voce continuò: “Vorrei parlarle a riguardo di certe questioni personali”.
“Tra pochi minuti ho un appuntamento… devo andare” rispose con un movimento sensuale delle labbra. “Soltanto un attimo per favore”. E tutto si risolse in un “Ok”
una volta seduto l’uomo si presentò.
Un ragazzetto guardava la scena dal tavolino di fronte e non credeva ai suoi occhi: quell’uomo seduto accanto a quella ragazza bellissima… era il suo sogno…avere il coraggio di sedersi vicino ad una ragazza affascinante e cercare di corteggiarla.
“Chissà cosa le starà dicendo”, pensava il ragazzetto, “si vede che quell’uomo ha classe. un uomo maturo sui 40 anni cerca di conquistare una ragazza di 20. fantastico!” Non badava più a niente, né al cappuccino, né alla focaccia: infatuato da quella scena.
Però. I movimenti nervosi delle braccia, i gesti insensati, lo scuotere della testa: ecco come stava reagendo la ragazza alle parole dell’uomo, il quale era il ritratto della tranquillità.
Non durò la conversazione. Circa sei o sette minuti. La ragazza si alzò, un po’ confusa, sembrava persino pallida. Passò davanti alla cassa, pagò il conto e uscì dal bar. L’uomo rimase seduto al tavolino, si accese una sigaretta e si mise a leggere il giornale.
Al ragazzetto venne la brillante idea di seguire la ragazza. Passi veloci. La seguì fino alla sua abitazione. Una palazzina. Il ragazzetto non si sentì di seguirla anche dentro la palazzina. Quindi rimase fuori a girovagare nella piazzetta. Rimase lì per una ventina di minuti, poi, con passo lento e malinconico abbandonò Vico dell’amore.
Il giorno successivo al suo fidanzamento ufficiale (con un ragazzo di nome Andrea che abitava al terzo piano della palazzina), Gaia stava preparando una cenetta per due. Guardava in continuazione l’orologio, sapeva di essere in ritardo, frenetica, sapeva che tra pochi istanti Andrea avrebbe bussato alla porta. Cosa facilmente realizzabile visto che erano divisi solo da un piano.
I minuti passavano velocemente, la frenesia era condita con un pizzico di felicità. Non troppa. Il giusto. Ed ecco che all’improvviso, quasi inaspettato, un suono ovattato ruppe l’atmosfera in cui era immersa Gaia. Qualcuno stava bussando alla porta.
Gaia era il disegno della contentezza, scherzava, giocava con i tovaglioli di carta. Era lui, ne era certa, era Andrea. Non chiese nemmeno chi era, aprì di scatto la porta.
Sorpresa tragica.
Andrea era insieme ad un altro uomo. Gaia fu assalita da un senso di panico. Quell’uomo era l’uomo del bar di due giorni prima.
“Ciao” disse Andrea “ti presento un mio amico, si chiama Paolo Marchesi. È venuto ad abitare in questa palazzina”.
Pazzia, che cosa è? In quel momento Gaia era vittima di un complotto della pazzia. Era immobile, confusa, nessun pensiero… solo voglia di urlare.

022. Se Fausto cercasse

December 23rd, 2005 (04:44 pm)

Vento freddo che sibila tra le foglie, che solleva mulinelli e rende difficile il lavoro di Fausto. Si spazientisce Fausto che non ha mai avuto troppa pazienza. Ma mentre litiga con le foglie Michelle sbuca dal suo portone e il suo passo è calamita. Incontra i suoi occhi per una frazione di secondo. Occhi tristi, pensa. Non dice nulla. E Michelle scompare dietro l’angolo, nella sua giacca lunga, gli anelli bruni dei capelli danzanti col vento.
Ha ancora lo sguardo in quella direzione quando si accorge di Marcheli, sigaretta accesa, grigio e silenzioso. E Marchesi va nella stessa direzione di Michelle. Casualità, pensa Fausto.
Notte a pensare a Michelle, a desiderare solo un bacio, notte di guardia a fissare la sua finestra, le luci che si accendono, le sagome che si muovono. Forse Michelle non è da sola. Forse è di nuovo quel tipo che ha incrociato sul suo pianerottolo. E lo invidia.

La notte gli tornava in testa, gli sbatteva nelle tempie. E faceva freddo. Si chinò a raccogliere una foglia, una grossa foglia rossa. Fu allora che il diario cadde. Se n’era quasi dimenticato. Il diario di Gaia. Che chissà se era ancora viva. Lo raccolse e si sedette sui gradini a dare un’occhiata. Parole parole tante parole. Ogni tanto un disegno. Incantevoli tracce di cigni in volo. Croci. Cimiteri. Trovò il nome della defunta Emilia, trovò il riferimento ad un pagliaccio grigio e capì che intendeva qualcuno che forse non era proprio un pagliaccio. Trovò la paura del cibo, i deliri acuti della febbre alta, la gente che mormora e mormora e non si stanca e non ha niente altro da fare. E le ultime parole… “il domani sarà mai”. Disegno di cigno ferito che precipita. Fausto scosse la testa senza capire perfettamente. “Una pazza, una povera pazza”, pensò. Ma suo malgrado gli dispiaceva e lo sentiva. Richiuse il diario, pensò che doveva buttarlo, che forse aveva ragione sua madre e chissà quante malattie tratteneva, un po’ come lo straccio che era rimasto appeso alla palazzina quando Gaia si era lasciata andare di sotto. Buttarlo. Buttarlo. Buttarlo. Ma poi non lo fece, non sapeva perché.
Attese il ritorno di Michelle seduto sui gradini mentre il vento diventava sempre più fastidioso. E Michelle tardava. Se ne andò in camera a controllare da lì la finestra. Ma poi si addormentò e la sognò, nuda che voleva lanciarsi dalla finestra pure lei, ma nell’attimo stesso in cui i suoi piedi si staccavano dal solido lei diventava cigno, con grandi ali e qualcuno la feriva con un colpo di fucile. Si svegliò di soprassalto e guardò di nuovo la finestra. Sospiro di sollievo. Michelle era lì e parlava con qualcuno forse.
Parlarle.
Parlarle.
Parlarle.
Baciarla. Delirio.
“Se cercassi…”

021 ipotesi ipotetiche

December 23rd, 2005 (04:40 pm)

Scusate l’interruzione. Chi sono? sono uno dei due narratori di questo romanzo. Che faccio? Niente! Passavo di qui, per caso. Passavo di qui per caso e mi sono detto: “Chissà se è tutto chiaro ai lettori!” Non ho potuto fare un censimento, non ho potuto farmi un’opinione dei vostri volti durante la lettura, non ho potuto assaporare il vostro disgusto o il vostro esaltante, armonioso, delizioso canto da capolavoro. Sicuramente vi è tutto chiaro; non metto in discussione le vostre menti. Sono io che a volte divento nevrotico e inciampo nelle radici che affiorano sotto i miei piedi.
Comunque perdonatemi ma sento il dovere di fare delle piccole precisazioni… no, anzi, lasciamo stare le precisazioni… sento il dovere di porre delle domande… anzi, pongo una domanda soltanto: “Per quale motivo Marco si è comportato in quel modo con Michelle?”
Forse non vi importa, oppure considerate il comportamento di Marco, a seconda dell’individuo che si esprime, un comportamento da duro, da uomo vero o semplicemente da stronzo. Però permettetemi di consigliarvi che non si può giudicare una persona se non si conosce il suo passato. Quindi ora per chiarezza, dovrei illustrarvi il passato di Marco, ma non ne ho tanta voglia; semplicemente perché raccontare i 27 anni di una persona ci vuole molto tempo e soprattutto molto spazio, e i narratori di questo romanzo non hanno né tempo né spazio.
Ma una cosa potrei farla, se siete d’accordo: raccontare brevemente qualche stralcio di vita di Marco vissuto insieme a Michelle. Concordate? Vedo che ci sono dei pareri discordanti. Facciamo per alzata di mani? Va bene, va bene… come non detto…
Comunque fissate nel vostro profumato cervello queste righe: “molto difficile, non sono bravo a raccontare la vita degli altri. E ci vorrebbe uno scrittore”.
Comunque Marco e Michelle si conobbero in una qualunque festa di capodanno di una qualunque città in una qualunque casa di amici. Michelle non aveva molte amicizie… ragazza timida…quindi amici pochi, ma buoni… Marco invece bazzicava con dei bulli da provincia. Li avete presenti immagino: disco, palestra, bei vestiti e conversazioni patetiche. Da cosa nasce cosa. E l’aspetto fisico fa la sua parte. Altrimenti in quella notte di fine anno Marco e Michelle non si sarebbero mai incontrati, mai notati…indifferenza totale. E invece i loro cuori si scontrarono. Nessuno sa bene come, ma il giorno dopo Marco telefonò a Michelle, e soprattutto nessuno ha la minima idea di quale tattica usò per avere il suo numero di telefono. In ogni caso il nuovo anno iniziava con il loro legame. Un legame che inizialmente non aveva nessuna differenza rispetto ai soliti legami pseudo-amorosi degli adolescenti. Si inizia sempre così. Il tempo però miete vittime. Vittime inconsapevoli di essere delle vittime.
Sembrava tutto perfetto, persino l’idea di andare a vivere insieme in un economico appartamento. Ma quello era soltanto l’inizio della fine.
Marco sentì palesemente che Michelle voleva di più. Voleva amore, voleva sentimento. Marco tentò in tutti i modi di darglielo ma fallì miseramente vedendo Michelle sempre più inquieta e diffidente nei suoi confronti. Il crollo psicologico era alle porte, l’insicurezza su ogni gesto e parola. E un bel giorno la frase più stupida al mondo entrò in quell’appartamento: “è meglio prendere una pausa…un mesetto forse due…facciamo come fossimo stati due estranei che non si sono mai conosciuti…allontaniamoci…ognuno per la sua strada… almeno per un po’ di tempo”.
Marco ascoltava quelle frasi confuse, senza senso, illogiche, come se fosse precipitato in una fossa di maniaci furibondi. In quel momento capì che Michelle voleva qualcosa, ma non sapeva cosa: diceva amore, sentimento ma non era niente di tutto ciò.
Uno dei narratori di questo romanzo vi saluta e vi lascia a questo divertimento incostante e prezzolato che si chiama lettura.

020. La forza che non hai

July 26th, 2005 (03:32 pm)

Michelle ancora sul tappeto. Occhi asciutti. Ancora la sensazione da avere le sue mani addosso, la voglia di ribellarsi senza averne la minima forza, il senso di ripulsa e insieme il desiderio che fosse come prima, come quando Marco non la considerava solo un corpo e basta, come quando cercarsi diventava un precipizio dolcissimo.
Restava lì Michelle, lo sguardo al soffitto. Poi d'un tratto il gatto miagolò. Si voltò a guardarlo, equilibrista al limite estremo del divano. Si accorse che aveva freddo e si accorse che voleva indietro la sua vita. Perchè quella non era la sua vita.
"Per quanto? per quanto andrò avanti così?... potrebbe essere un altro dei miei incubi anche questo, anzi deve esserlo... e se mi sveglio sarà tutto finito. Marco sarà lo stesso di prima, io sarò la stessa di prima. "Ma non ci credeva, era chiaro che non ci credeva. Solo allora le scivolò lenta una lacrima. E si sentì arrabbiata, arrabbiata con se stessa, terribilmente.
"Cosa hai intenzione di fare ora? rimani qui per sempre? non ha senso... E Marco... Marco non esiste, non è mai esistito... e non deve tornare qui... non può... non deve..."
Lente una due tre lacrime.
L'orsacchiotto di Gaia. Dove l'aveva lasciato? Gaia come stava?
"Ma è assurdo che tu pensi a lei ora, proprio ora. Vuoi sfuggire ancora una volta ai tuoi problemi. Che fai? fingi di avere una forza così grande che basti pure per gli altri? la forza che non hai... maledizione... dove è finita la tua forza?"
Dove. Dove. Dove.
Si alzò finalmente. Aveva bisogno di una camicia, di qualcosa. Andò a bagnarsi il viso. Acqua gelata sul viso che bruciava. Una due tre volte. Poi il suo viso nello specchio, sperduto... I grandi occhi scuri sperduti. Tenerezza per se stessa.

019. In quel preciso istante

July 26th, 2005 (03:27 pm)

In quel preciso istante il gatto era sul divano. Dormicchiava.
In quel preciso istante Marco si mise a saltellare nella stanza, sembrava impazzito. Uno strano fischiettio e un balzo fra le gambe di Michelle. Le teneva strette.
In quel preciso istante, Michelle, insensibile, fissava il lampadario che dondolava tra i soffi del vento.
In quel preciso istante, la voce prepotente di Marco, stuprò le orecchie di Michelle; una combinazione particolare di parole: "E' questo che mi mancava!".
In quel preciso istante, una serie di piccoli morsi e di baci presero possesso delle gambe di Michelle.
Era un'entusiamante farsa teatrale. Tutto si ricostruiva e si sfracellava in brevi sospiri. La teatralità del desiderio si trasformava in un'enfasi di pura passione.
Michelle non voleva ascoltare quelle parole; un senso di nausea le estirpava lo stomaco dalla gola. Cadde a terra. Cadde su un tappeto, e Marco sempre avvinghiato alle sue gambe.
"Non posso mentire... Non sai quanto mi sono mancate queste gambe" - una lieve carezza sul polpaccio destro - "queste ginocchia" - una breve benedizione con le labbra umide - "questo profumo" - e la mano che stringeva sempre più forte.
Accadde - in quel preciso istante - che Marco, con il solito balzo felino, portò il suo viso davanti a quello di Michelle. Intontita, svuotata, completamente inerme su quel tappeto, fissava il soffitto bianco; uno sguardo vuoto in attesa della vibrazione giusta.
Un colpo secco, e strappò la camicia di Michelle. Il seno nudo. Sguardo vuoto. La voce di Marco si faceva sempre più sussurrata, sempre più agghiacciante.
"Volevi sapere perché sono venuto qui, nella tua casa?" - Michelle sembrava indifferente - "E' per questo!" - la mano destra sul seno nudo - "Non ne posso più dei tuoi discorsi idealisti sull'amore, sulle tue paure e sulle tue fobie; soltanto questo mi è mancato di te!"
Accadde - in quel preciso istante - tutto così improvvisamente. Marco si alzò, e uscì dalla stanza, senza partorire una parola; soltanto uno sguardo negli occhi di Michelle.
Rimase immobile, sul tappeto. Il gatto aggrovigliato sul divano. Marco che usciva dal portone del palazzo salutando il portinaio e sua moglie.
E in quel preciso istante, un sussurro, si disegnò nel vento: "Marco"

018. Litigi

July 26th, 2005 (03:26 pm)

Michelle non se l'aspettava. Vederlo li' con la solita espressione sul viso la rigetto' indietro nel passato e fu un 'emozione indicibile. - Che fai qui? - chiese. E aveva le mani tremanti, le stesse mani che stringevano l'orsetto di Gaia. - Non riesco a starci senza di te - Soltanto questo. Poi Marco abbasso' la testa. Michelle non capiva quell'incontro. Avrebbero dovuto evitare di vedersi: erano questi gli accordi. E invece lu era li'. E quella risposta poi, che significava? L'eco delle sue parole era un tormento assurdo. Storia chiusa? ma che? lei si sentiva bruciare dentro al pensiero di lui, all'idea di tutto il loro passato, all'idea dell'amore che li aveva uniti. Non era un sogno quello che c'era stato. Era verita', realta' cocente, come quell'oggetto che stringeva ancora, senza averne quasi piu' cognizione. E per un attimo l'immagine di Gaia le torno' davanti agli occhi, distogliendola da Marco. Fu solo un attimo. Poi torno' a lui. Cos'erano, lacrime quelle che si sentiva scivolare lentamente sul viso? Lacrime, lacrime, lacrime. Ma perche'? - Non capisco - disse solo - neppure io capisco. E non lo so perche' sono venuto. Solo che l'altrogiorno ti ho vista sotto casa. Anche tu. Perche' sei venuta? Marco si passo' nervosamente una mano tra i capelli. Michelle non rispose. - Non ce la faccio, davvero. Mi manchi. Ma e' strano. Perche' non deve essere amore, non piu', non credo almeno... Michelle si senti' ferita d'un tratto. Anzi, erano vecchie ferite che si riaprivano. E lei era troppo stanca. Il desiderio che a volte sentiva di lui, ancora prepotentemente, che era? era amore ancora o se no che nome dargli? le abitudini, le abitudini... Le girava la testa. Stava cadendo. Fu la percezione di un attimo, ma lo capi'. Cadere, come annegare. E la folla dei litigi con lui che le si affacciava nella testa.

017. Roulette #2

July 25th, 2005 (11:53 am)

Aria pesante - Marco volteggiava sui corpi di splendide fanciulle dalla pelle bianco latte - Michelle sentiva la sofferenza di Gaia attraverso l'orsacchiotto.
La moglie del portinaio osservava con diprezzo quella vestaglia rosa, ancora impigliata sul gancio del muro della palazzina; "Perfavore, leva quello straccio!" disse a Fausto, indicando la vestaglia.
Il figlio eseguì l'ordine molto velocemente, e s'accorse che in una tasca dell'indumento c'era qualcosa. La curiosità fu talmente forte che Fausto infilò la mano nella tasca. Tastò un paio di volte senza estrarre l'oggetto misterioso; "sembra una specie di libro... forse un quaderno" pensò. Mentre s'avvicinava alla moglie del portinaio, ovvero sua madre, afferrò forte il libretto e lo infilò nella tasca della sua felpa... fu un movimento veloce e istantaneo... la madre, ovvero la moglie del portinaio, era troppo impegnata a discutere del perchè di questo nuovo tentato suicidio con la zitella, per catturare il movimento furtivo del figlio.
"Bravo! Dammi questa schifezza! Chissà quante malattie porta con se!" urlò, senza un minimo di rispetto per i presenti, quella donna conosciuta da tutti come la moglie del portinaio. Fausto si allontanò senza dire niente a nessuno, nella più totale indifferenza.
Michelle stava tornando a casa, con il cuore legato da un laccio di tristezza - l'orsacchiotto sempre in mano - Marco seduto sulle scale di un caseggiato, aspettava - le formiche in colonna pensavano al loro lavoro - la zitella frenetica respirava il suo ventaglio - la moglie dell'avvocato stava avendo un rapporto sessuale con l'avvocato - Marco sentiva tutti i rumori - non ne perdeva uno - una sinfonia di rumori avvolgeva l'intero pianerottolo - un singhiozzo e uno scricchiolìo - un sussulto e un sbadiglio - un passo dopo l'altro - Fausto, seduto su una panchina, cominciava a sfogliare il diario di Gaia - un raggio di luce nelle tenebre.
Michelle non diede nemmeno un'occhiata alla palazzina, tirò dritta, desiderava soltanto stendersi sul letto in compagnia di Tophie. Salì le scale lentamente, la stanchezza cominciava a impadronirsi del suo fragile corpo, quando improvvisamente una voce s'insinuò nelle sue orecchie: "Ciao, ti aspettavo!". Era Marco.

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